Storia del degrado della lingua greca in calabria ed esempio di un possibile contributo  o  possibile via per un suo recupero

di Bruno Traclò - (Il Quotidiano della Calabria, 6 gennaio 2013)

 

 

Bova ,dicembre  2012. 

 

Chiunque abbia avuto la fortuna di avere fra le mani un manoscritto antico avrà,certamente, sentito

la profonda emozione che dà il contatto con il passato. Ciò  è privilegio  pressoché esclusivo dei paleografi. La delicatezza e la natura facilmente deteriorabile di questo tipo di manufatti, si tratti di papiro  piuttosto che di pergamena o carta, impongono specialissime condizioni di custodia, nonché massima  cautela nel maneggiare così preziosi oggetti che, spesso, sono delle vere e proprie opere d’arte. Tuttavia,per soddisfare la curiosità dei bibliofili, alcuni musei, attrezzati di speciali teche, espongono sia manoscritti  che fogli miniati. Dei numerosi libri italo-greci trascritti nei centri di copia monastici, disseminati su tutta la penisola calabrese, un cospicuo numero è sopravvissuto alle devastazioni ed ai saccheggi operati dai popoli avvicendatisi nella conquista e  nel governo dell’Italia meridionale. In realtà,solo pochi di  questi speciali manufatti sono rimasti in Sicilia e in Calabria, poiché la maggior parte di essi,  trafugati, venduti o ceduti, è andata ad arricchire le più prestigiose biblioteche d’Italia e d’Europa. L’originario vasto patrimonio librario, fino ad allora testimone dei secoli in cui  Calabria e Sicilia partecipavano  dei  fermenti culturali che investivano i paesi, i popoli, le società e le culture del Mediterraneo, venne, in tal modo, depauperato.  Testi italo-greci si conservano presso: Biblioteca Nazionale di Napoli, Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, Biblioteca della Badia greca di Grottaferrata,  Biblioteca Nazional Di Madrid, Atene, Athos, Parigi, ecc. Già dalla fine del IX secolo- inizio  del X, la diffusione della cultura libraria greca si concentra nell’Italia meridionale  e Sicilia, dove si manifesta una importante produzione di codici che spazia dal sacro al profano.I manoscritti greci venivano realizzati negli scriptoria dei monasteri dove, oltre alla scrittura, i monaci eseguivano la miniatura e la rilegatura dei libri. Una schiera di copisti era impegnata nella faticosa, ma affascinante, disciplina della copiatura. In altro contesto culturale e altra collocazione geografica, un copista, monaco dell’abbazia di Corbie, in Francia , ci ha lasciato scritto, a tale riguardo, queste parole:“ Caro lettore , allorché tu volterai queste pagine con le due dita, cerca di non rovinarne la scrittura.Nessuno meglio che il copista ha idea di ciò che rappresenti un lavoro difficile. E’così dolce al copista tracciare l’ultima linea come al marinaio di approdare al suo porto natale. Solo tre dita del maestrohanno tenuto il calamo, ma il suo intero essere ha sofferto del lavoro.”I monaci che lavoravano negli scriptoria erano profondamente motivati da un sentimento di  devozione  che non lasciava alcun posto alla disattenzione. I codici, oltre ad essere circondati  da un alone di sacralità, avevano la funzione di salvaguardare e diffondere la lingua, la coscienza e la cultura della nazione. Possiamo immaginarci uno di loro riprodurre diligentemente e pazientemente, con il calamo, le parole dei testi delle Sacre Scritture, appoggiato a uno scriptorium nella  pace del suo monastero. I monaci riproducevano da sé, trascrivendoli, i testi di cui avevano bisogno.

I testi più copiati erano, ovviamente, quelli necessari allo svolgimento delle pratiche quotidiane di lettura e delle ufficiature liturgiche e di edificazione spirituale. Ciò spiega la circolazione di un gran numero di lezionari, innari, merologi, eucologi, evangeliari. Accanto a numerosi testi anonimi, altri riportano la località di produzione, la data e il nome del copista. I paleografi, sommando questi preziosi dati ad altri indizi disseminati dagli amanuensi sulle pagine (disegno delle lettere, forma, dimensioni, legature,  collocazione delle  lettere rispetto al rigo, ductus, cioè velocità di esecuzione dello scritto, abbreviazioni,   ad esempio il sistema di abbreviazioni noto come “ brachigrafia italo-bizantina”, formatosi in Calabria nel IX secolo),riescono ad individuare lo spazio geografico, l’ambiente culturale, sociale dove collocare i codici. Di qui  risalgono  alle forme, svolgimenti  e usi della scrittura greca nel perimetro complesso ed articolato delle vicende culturali e storiche che ne scandirono le fasi. La “tracciabilità” dei manoscritti  “firmati” permette di seguire i monaci  lungo le direttrici e  le aree di diffusione della cultura italo-greca. Il “monachesimo trasmigrante“, infatti,dalle zone calabro-sicule, diffonde la grecità in altri territori, per mezzo della “ civiltà dello scritto”,che avanza sostituendo le forme di comunicazione basate sull’oralità. E’ soprattutto  nei secoli XI e XII, periodo coincidente con la presenza  e  il consolidarsi del  potere dei Normanni, che la produzione libraria di lingua greca in Italia meridionale conosce un nuovo incremento. Almeno seicento manoscritti italo-greci sono  catalogabili come realizzati  in quei secoli. La quantità prodotta è conseguente all’aumentata  richiesta di libri, determinata dalla rinascita monastica e dalla fondazione di nuovi monasteri  come S. Maria del Patir,  a Rossano calabro, o come il celebre Santissimo Salvatore in lingua phari di Messina. Nel Mezzogiorno d’Italia, allora area d’incontro tra culture diverse, come  l’araba, la latino-longobarda e l’italo-greca, la Calabria si distingue  ancora per la sua vivacità culturale, tanto che nei suoi centri di copia,  vengono riprodotti non soltanto libri liturgici, ma anche testi di altra natura: classici greci, trattati filosofici, naturalistici,  grammatiche , testi  di medicina. Alla mano di ascetici cronisti dobbiamo, infine,  il racconto di eventi storici da loro vissuti e da loro riportati in testi che ne hanno  mantenuto vivo il ricordo.  Le città di Rossano e Reggio spiccano ed eccellono in questo scenario di fermento culturale. E’ proprio a Rossano che,  nell’anno 1105,  Bartolomeo di Simeri fonda l’abbazia di S. Maria del Patir, della quale fu igumeno. Bartolomeo si dimostrò   fine copista, tanto che la sua grafia divenne il modello seguito dai suoi confratelli ed imitato da altri calligrafi operanti oltre i confini del Patir. La sua grafia,oggi definita  “ stile di Rossano”,  fece scuola.  E’ in essa che vanno cercate le premesse per la successiva gemmazione della “scrittura di Reggio”. Ed è Reggio che, senza soluzione di continuità, seguita ad essere importante centro di copia.  Già nel 941, i monaci amanuensi Nicola e Daniele, a Reggio, avevano vergato il celebre codice Patmiaco 33, cosiddetto perché conservato nel monastero di S. Giovanni Teologo, nell’isola di Patmos , in Grecia. Si tratta di una monumentale opera, la trascrizione delle “  Omilie “ di Gregorio di Nazianzo, corredata di un ricco sistema decorativo:  disegni a piena pagina, frontespizi costituiti da epigrammi contornati da cornici di varia foggia, composizioni aniconiche, fregi. I due autori utilizzarono, in accostamento azzardato  i colori ocra, rosso, verde, indaco ed in più l’oro. In anni  successivi, dalla rielaborazione della scrittura di Bartolomeo di Simeri, origina una nuova forma grafica divenuta tipica e distintiva di numerosi codici italo-greci di area reggina e ,per questo, definita dai paleografi“scrittura di Reggio”.Si tratta di uno stile elegante che ha dominato per tutto e ben oltre  il XII secolo, nell’area compresa fra le propaggini meridionali della Calabria e la Sicilia orientale. Il primo codice datato in questa scrittura è  il Vaticano gr. 1646, opere di Massimo  Confessore, copiato nel 1118 da Nicola di Reggio per il monaco Gregorio. Altri esempi di codici vergati in “ stile di Reggio” sono : il Vaticano gr. 2290 scritto da Atanasio  ieromonaco nel 1197 per  l’igumeno  di S. Giorgio di Bovalino  in Calabria,  il cod. di Lipsia Rep II 25 del 1172, scritto da Basilio di Reggio, il Vaticano gr. 2008 del 1101-1102 del  monastero di S. Giovanni Theristì presso Bivongi in Calabria.  Al  dinamismo grafico, testimoniato nell’area dello Stretto, va aggiunto l’ammodernamento dell’ornato tradizionale,  grazie all’influenza della cultura costantinopolitana  che introduce  nel gusto locale, motivi  ornamentali, geometrici, floreali,elaborati talora in forme tipiche squisitamente  italo-greche.Nel segmento di tempo compreso tra l’età  sveva e l’inizio dell’angioina,ultimi anni del XII secolo-fine del XIII, almeno nei monasteri del S. Salvatore di Messina,  S. Maria di Bovalino, S.Nicola di Calamizzi presso Reggio Calabria, S Giovanni Ullano, S. Giovanni Calibita di Rossano e a Bova continua l’attività scrittoria, con una produzione attestata di circa trecentocinquanta manoscritti, poco più della metà che in epoca normanna. Taluni di questi , vergati da calligrafi di buon livello come Lorenzo di Calamizzi, Macario di Reggio,Filippo di Bova, sfoggiano uno “stile di Reggio” caratterizzato, ancora, da forme fluide ed eleganti. Nel 1280, Filippo di Bova realizza il Triodo Messinese S. Salvatore 86 per Giacomo “skevofilax” del S. Salvatore di Messina. Il calo della produzione libraria, nel corso del XIII secolo,è causato dalla destrutturazione della società e cultura greca  perseguita dai Normanni mediante l’apparente politica di stimolo alla crescita culturale,  di stampo religioso, della comunità ellenofona. In realtà,il governo normanno mirava al controllo politico-sociale del territorio e della popolazione, in un’ottica egemonica filo latina: ne sono testimonianza la crescente latinizzazione  della gerarchia ecclesiastica, e il progressivo allontanamento della componente ellenofona dai ranghi del potere amministrativo.

 I secoli successivi  vedono realizzarsi  l’ ineluttabile destino cui va incontro  la popolazione italo-greca dell’Italia meridionale, cioè una lenta inarrestabile  decadenza , che  accelera nel corso del XV secolo.  Lo dimostra  la caduta verticale  della produzione libraria, che si riduce ancora di più fino a circa duecentocinquanta codici. Ultimi centri dove ancora si copiano manoscritti sono Gerace, Squillace,Oppido e Bova, irriducibili  baluardi della tradizione liturgica bizantina. Ormai, l’ordito, che per secoli aveva cementato e caratterizzato l’intreccio di sentimenti di appartenenza etnica,di espressioni culturali mediterranee  e di  interazioni sociali tra monachesimo e classi  dirigenti,si sfilaccia definitivamente  fino al tracollo istituzionale ed intellettuale della secolare civiltà dei greci d’Occidente.In seguito all’interruzione dei contatti con Costantinopoli e l’Oriente greco, e perciò stesso con la fonte di ogni sua ragione e possibilità di esistere, la grecità in Calabria e Sicilia  si avvia alla definitiva perdita della propria  identità etnica. Il monachesimo italo-greco, spogliato dei beni temporali, sempre meno organizzato, ridotto in ambiti angusti, non più alimentato dalla spiritualità bizantina , non aveva più alcuna possibilità di svolgere la propria funzione culturale. Così, quella che è stata una sua  benemerenza,la salvaguardia e la diffusione della lingua e cultura greca, finisce con la chiusura degli scriptoria, che causa il tramonto  della  tradizione  scritta dei testi,   l’interruzione della trasmissione scritta della lingua,  il crollo dell’istruzione elementare  con conseguente  incremento  dell’analfabetismo.Non mancarono notai, medici, uomini di cultura tra la classe professionale, che continuarono a redigere documenti e rogare atti pubblici in lingua greca; così come monaci e preti  continuarono a scrivere e ad officiare in greco, specie per le masse contadine analfabete o semianalfabete  che, per lungo tempo ancora,con una strenua resistenza, seguitarono a parlare la lingua greca. L’attività  scrittoria,  intesa come arte e  mezzo di trasmissione culturale,  è talmente illanguidita e rarefatta che  soltanto otto manoscritti datati risultano eseguiti in Calabria nei secoli XV- XVI. Sicuramente si continuò a scrivere in alcuni importanti centri della grecità meridionale,come Rossano, Gerace, Oppido,  Bova e in  alcuni villaggi dove la presenza demica grecofona era più numerosa: S. Lorenzo, S. Agata e S. Procopio vicino Reggio, Badolato. Proprio a Bova, il diacono Antonio Marco e il suo collega Pantaleone, con la partecipazione di un altro  copista, stilano l’eucologio Barb. gr.303; successivamente, sempre a Bova, nell’anno 1542, Nicola Manglavites sottoscrive l’eucologio Barb. gr.371. Tre decenni dopo, il 23 novembre del 1572,  l’abate Coluccio Garino  scagliava, contro il vescovo Stavriano e tutti coloro che avevano consentito  o favorito la soppressione del rito greco in Bova,il suo anatema, ultimo testo scritto  in greco di Calabria  con caratteri greci. Il radicamento capillare e l’assimilazione totale al sistema culturale di Bisanzio, ma anche l’originalità e vivacità culturale, l’attaccamento alla propria identità di circoli ecclesiastici e laici,hanno  consentito alla grecità italo-greca di sopravvivere agli sconvolgimenti ed alle discontinuità della storia. Si può scorgere un riverbero di questo radicamento  negli scritti  dell’umanista  canonico Natoli  che,  tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX , nella sua Bova componeva  versi greci in alfabeto greco.  Ciò a dimostrazione che l’attuale greco di Calabria  è arrivato fino a noi  non per esclusiva trasmissione orale. Un’ eco di quella “civiltà della scrittura“ e l’ amore verso l’ellenismo classico e moderno li ritroviamo, in fine ,nella raccolta “  trilogia neoellenica”, degli anni 1975- 1977- 1982, del poeta Felice Mastroianni di Platania (CZ ), scritta  in lingua greca. Guardando in dietro nel tempo, come in un fermo immagine, la storia della scrittura italo-greca e l’elaborazione letteraria nella  Calabria greca  ci appaiono  indelebili  contributi  alla diffusione  e trasmissione,  in Occidente,  del  gusto e della cultura bizantina , che  riservava  al disegno delle lettere dell’alfabeto greco speciale cura, tanto che nel XII secolo Eustazio di Thessalonica vi aveva  dedicato  il seguente,commosso elogio: “ Le lettere dell’alfabeto, questi bei tesori della memoria, questo museo primigenio, questo ricettacolo  della sapienza, medicamento che contrasta l’oblio, segnacolo della conoscenza, modello  del discorso  e anche consiglieri  dei divisamenti dell’animo, messaggeri dei pensamenti del cuore, rivelazione di ciò che è nascosto, segni che fermano e fissano ciò che nei fatti è transitorio  e lo offrono in conoscenza a coloro che verranno dopo di noi.” Sulla scia degli antichi copisti, e confortato dalle parole di Eustazio,ho  utilizzato  l’alfabeto greco per trascrivere e decorare il testo “dodeca Flevarìu,” dichiarandomi, però,con  lo  stesso atteggiamento dei copisti bovesi del XVI secolo,  “  άπειροςκαι  άμαθήςέντηαυτητέχνη ”    “ ‘àpiros ke amathìs en ti aftì tèchni” (Inesperto e ignorante in questa tecnica ).

 

DODICI FEBBRAIO

 

S'è consumato  il giorno ( 1) dodici febbraio (2),

nella rovente vampata di piazza Sintagma.

Il gelo della notte infiamma l'ira dell'anima

e coagula le mani.

Ondeggia la folla.

Si spingono gli uomini, ma non vi entrano più.

 Lentamente e dappertutto si accalcano,

fino a quanto li contiene la piazza.

Si sentono vigorosi gli operai,

gli uomini, le donne, gli anziani,

tutte le persone del corteo;

all'improvviso si odono rimbombare delle voci:

“Fratelli, non tollerate più le offese!”

Corre un chiacchiericcio che riscalda il cuore.

Con le mani sulla bocca, come fossero imbuto,

un uomo anziano (3) stende la sua canzone.

Sulle labbra sgorga un grido di ferro:

libertà.

Un altro anziano (4),

con i capelli completamente bianchi,

s'innalza per strappare nuovamente

lo spauracchio della padrona della Germania.

Lì, adesso, nella piazza

lo riduce a brandelli e ingiuria

il nocivo panno straniero.

Corpi (5) muti e in quantità  delimitano gli operai

dentro il fitto buio della notte.

La rabbia del popolo non si placa

di fronte ai bastoni arrugginiti.

Lanciano maledizioni gli anziani:

“ Che vi si paralizzino le mani

a voi che avete rubato (6) il nostro domani. “

I più giovani attizzano il fuoco in altro modo.

Non crediate! ci libereremo anzitempo del giogo (7),

non trascineremo noi il masso (8) della ricchezza straniera.

Oh sventura ! Che scellerata, rissosa genia!(9)

E' per i soldi che vi piace la pesante cassa,

ma non sapete dove abitino l'amore e l'amicizia.

La promessa non era questa

e nemmeno l'aiuto reciproco (10).

 Ricordate il tempo in cui , nella bruma della pianura,

la donna (11) dispiegò per tutti il tessuto dalle molte stelle?

Non ricordate più cosa dice l'antico scritto di Pericle (12),

anche se al momento sembra sgualcito e fragile?

Non dimenticate quel documento,

che da qui e non d'altrove a voi è giunto!

Quelle parole, ad una ad una, le conosciamo,

ci danno la forza di fortificare il terreno della vita,

qui dove la terra non lasciammo incolta.

Non tremare graziosa fanciulla!

È giunta l'ora d'incamminarsi!

Guarda il pronto toro bianco, maestoso dio,

che scappa dallo stretto passaggio straniero!

Presto, siediti sopra il docile animale!

Non temere perché asciutta rimarrai,

quando il toro nuoterà nell'acqua del mare!

Le sobbalzò il cuore,

quando, in lontananza, le apparve la terra

genitrice della filosofia.

Comincia ad albeggiare nella piazza,

dove la gente brama la democrazia.

Osservando quella compagnia, la donna risponde:

“ Venite! E da qui, insieme, ci incammineremo verso i prati della libertà.”

 

 

Bova, 9 aprile 2012                                                                    Bruno Traclò            

 

 

 

Note:

(1)     L'espressione  in lingua greco-calabra “elìsti i méra”si traduce nel dialetto calabrese con l'espressione “squajiau lu jornu” nel suo significato di sciupare, passare, dissolvere, consumare il tempo.

(2)     Nella notte del 12 febbraio del 20012  si riuniva il Parlamento greco per votare il cosiddetto “memorandum” con il quale la Troika, formata da BCE, UE e FMI, imponeva alla Grecia pesanti misure di austerity in cambio di aiuti finanziari. Dalle prime ore della sera confluivano in piazza Sintagma, sede del palazzo del Parlamento, migliaia di Ateniesi contrari al memorandum, la cui approvazione sanciva la perdita della sovranità nazionale in materia economico-finanziaria. La piazza era presidiata da ingenti forze di polizia in assetto antisommossa. Nella notte scoppiarono numerosi e violenti tafferugli protrattisi  fino all'alba del successivo giorno.

(3)     Mikis Theodorakis è uno dei massimi compositori greci viventi. Impegnato nella vita politica del suo paese, ha  partecipato, nonostante la veneranda età, alla protesta di piazza Sintagma ed ha lanciato una lettera- appello al suo popolo ed al mondo intero dal titolo “La Grecia rischia di sparire”.

(4)     Manolis Glezos è un partigiano, scrittore e politico greco. E' famoso per un eclatante gesto di patriottismo. Il 30 maggio del 1941, insieme al suo amico Apostolos Santas, si arrampicò sull'Acropoli e ne strappò via la bandiera con la svastica, sostituendola con quella nazionale greca. Fu il primo clamoroso atto di resistenza, il primo in Europa, contro l'invasione tedesca. Era in piazza Sintagma assieme agli altri manifestanti la notte del 12 febbraio 2012.

(5)     Polizia in tenuta antisommossa.

(6)     Nel testo in lingua greca-calabra “etrijìete “ letteralmente significa vendemmiaste, ma comunemente “ vendemmiare la vigna  a qualcuno “ sta per rubare.

(7)     “zigostrèfo” etimologicamente da Zigò, cioè giogo, e Strèfo, restituire. Il termine lo usano gli anziani ellenofoni per indicare le vaccche che scuotono la testa quando, con atto di ribellione, rifiutano di essere aggiogate.

(8)      Nel testo “ Kamaterò “ è usato nella sua accezione di piatta lastra di pietra legata al giogo e trainata dai buoi nell'aia, quando si trebbiano le spighe di grano, fonte di ricchezza.

(9)     Con questi termini indico i tecnocrati, gli oligarchi, e banchieri Nord-Europei.

(10)  “ Apostrofì”, nella società degli ellenofoni di Calabria, indica la solidarietà tra i contadini che si concretizza nello scambio di aiuto reciproco e gratuito nei lavori dei campi.

(11)   La giovane Europa.

(12)   Pericle- Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

 

 

                        Dòdeca  flevarìu

Elìsti i mèra tu dòdeca flevarìu

sti pìrosi tis platìa Sìntagma.

Tin  lìssa tis  tsichì o pàgo  tis

nistò flojìzi ce  pìssi ta chéria.

Klonarìzi o còsmo.

‘Oli  ismìa i christianì ambònnusi

ce den embènnusi plè.

Punnàne, màli màli, pilònnusi  tosso pòsso

chorài stin malìa.

Rojìzusi ta kalà thèmata, àndri, jinèke,

megàli òlo o kòsmo tis stratìa;

pòsso kùnnonde antifonìmata: “Adèrfia,

mi apomìnete ta pitìmia!”

Trèchi mìa pilalìa pù  chléni tin cardìa.

Sanpòte  ti éne’ nà chonì, me  ta chèria sto stòma ènan

àthropo  mèga to dikòn tu tragùdi aplònni.

Sta chìli alumvrìzi mìa  siderèni zàla: eleftherìa.

‘Enan àddo tranò àthropo me ta katàspra maddìa

anasikònnete n’anascìsi metapàle to

flòvestro tis kodèspina tis Jermanìa.

Ecì, àrte, stin platìa to kànni  tsàndalo

ce vrìzi to mèrmero rùcho ti tsenìa.

Vuvà  sòmata  ce perissà sinoriàzusi

 to pezò òssu stin  klistùra tis nistò.

Den sincathìzi tos cosmàno i lìssa

ambròtte tos skuriamèno raddìo.

Rìstusi kàtare i megàli: “Na sas mandalìun ta chéria

essà pu mas etrijìete  tin avrinì méra.

Simbàusi to lùci addò ta plèn pedìa.

Mi tharrìte!  zigostrèfome  ambròs kerù

den to sèrrome emì tis tsenìa plusìa

to kamaterò.

Oh lipisìa mu! ti malàthero  férfero jenìa

sas  jerài jià ta dinèria to varìo arklì

ce den tsèrite pu stèki  tin agàpi ce

tin  filìa.

To tàmma tùto den ìto ce de i apostrofì,

sas sineférrite  tote pote to poddhà àstri tilimma 

i jinéKa  apodìploe jià olu stin camulìa tis campìa?

Den  sas sinèrkeste plè  ti  lèji tu Pèrikli

to palèo gràmma ciòla an san àrte dìfi

zaromèno ce klasterò?

Mi addismonìte ecìno to chartì pu appòde

ce den addhìtte ettù sas ìrte.

Ecìna ta lòjia  pu ènan èna  ta tsèrome,

mas  dònnusi  to sòsi na armakòsome to

choràfi  tis zoì òde pu argò den èmine i jì.

‘Afi to tremitò pìzilo jinèka! ìrte jià to porpàtima

i òra, Kanùna ton pròschiero àspro tàvro,  àtsalo theò

pu fègghi an ton tsèno porò!

Glìgora! Kàthu apànu to àpalo ìmero zoò,

mi sciastì ti apàlisto  mèni san o tàvro

Kulumbònni sto nerò tis thalassò!

Tis etràlisti i kardìa ecinì san efàni  làrgotte

 to chùma jènda tis filosofìa.

‘Arte pài tsimerònnonda stin platìa

pu o còsmo  anazitài tin democrazìa.

Diamerèggonda ecìni tin sinodìa, i jinèka apologài:

“Elàte  ce tos athròpo tin elefterìa  appòde livadiàzome

ismìa.

 

Vua- Chòra  09-tu apriddìu- 2012      Bruno  Traclò