Tra retoriche risorgimentali e revisioniste, tra inviti al separatismo e richiami a una nuova Italia, a conclusione del Centocinquantenario dell'Unità, è netta la sensazione che preoccupazioni ideologiche e urgenze celebrative abbiano prevalso nel ripensare la nostra storia recente.
Eppure, da archivi e testi mai o poco frequentati, ancora emergono personaggi ed eventi minori, storie individuali e familiari sconosciute, passioni, pensieri e azioni dimenticati. È alla ricerca di queste vite parallele che è andato Vito Teti, rintracciando la vicenda di Antonio Garcèa, calabrese, patriota rinchiuso in tutte le carceri borboniche, e Giovanna Bertòla, piemontese, giovane maestra e fondatrice de «La Voce delle Donne», giornale di donne e per le donne. Una storia minuta, quotidiana, faticosa, segnata da speranze e delusioni -- a cui fanno da sfondo altre storie e altre figure del Risorgimento meridionale --, che aiuta a uscire da retoriche nazionali e da nostalgie neoborboniche.
La storia dell'incontro tra un «vero figlio delle rupi calabre» e la «Mammagrande» piemontese, che girano l'Italia per affermare il loro credo, è metafora di un'altra storia tra Sud e Nord, uomo e donna, passione e ragione, ceti privilegiati e ceti popolari. Un altro modo di "fare l'Italia" era possibile e il Risorgimento non sempre è stato "tradito".