Da Il Crotonese del 13 dicembre 2011, n. 144

 

Un ricordo di Vittorio De Seta, recentemente scomparso

STRAORDINARIO DOCUMENTARISTA

DI UN SUD CHE AMIAMO

di Assunta Scorpiniti

 

Da poco è scomparso all’età di 88 anni, a Sellia Marina (CZ), Vittorio De Seta, grande maestro del cinema e del documentario italiano. Martin Scorsese, regalandoci il manifesto della sua arte e del suo talento, lo aveva definito “un antropologo che si esprime con la voce di un poeta”. Se è vero che la poesia è il linguaggio dell’anima, nessuno, come Vittorio De Seta, ha saputo raccontare l’anima dei nostri luoghi, della gente del nostro Sud e di ogni Sud del mondo che, numerosa, oggi giunge da noi.

Ho avuto modo di conoscere il Maestro nel 2009, proprio a Sellia Marina, terra della sua appartenenza per via materna, dove dagli anni Ottanta aveva scelto di vivere. Un privilegio, avendo come importante riferimento, per i temi e il metodo delle ricerche, i suoi lavori, in particolare quelli che raccontano le comunità contadine di Calabria e quelle siciliane della pesca. Non so quante volte ho visto “I dimenticati”, “Lu tempu de li pisci spata”, “Isole di fuoco”, “Contadini del mare”, “Pescherecci” e altri straordinari documentari del “mondo perduto”, come titola una raccolta di sue opere pubblicata di recente.

In effetti ho sempre condiviso, e applicato, la scelta ideale che lo portava a ritenere il popolo quale portatore di cultura e a dare voce alla gente che non ne ha. Una scelta che si basava anche sul recupero del  “mondo di relazioni” tipico delle società tradizionali, oggi, diceva, “sopraffatto dal progresso” e, che, inoltre, rispondeva all’esigenza di far conoscere ai giovani “la vita di un tempo in cui non c’erano pressioni”.

 E’ stata, dunque, una grandissima emozione poterlo incontrare proprio a Sellia Marina, in una calda serata di agosto, in cui sono stata invitata dall’associazione culturale “Non mollare”, a introdurre e moderare i lavori di una tavola rotonda sul tema “Custodi di Memorie. La valorizzazione del dialetto e delle tradizioni popolari”, che aveva come ospiti illustri proprio il Maestro De Seta e l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani.

Mi ha colpita, nell’occasione, la sua figura imponente e salda  negli aspetti fisici e, nel contempo, la fragilità che è facile cogliere nelle persone della sua età. Ho potuto poi intrattenermi con lui, ma meno di quello che avrei voluto; mi è bastato, però, per notare una gentilezza d’altri tempi, la semplicità disarmante, la sensibilità nell’ascolto e, soprattutto, per sentirmi orgogliosa del suo incoraggiamento ad andare avanti nel percorso di recupero e di racconto di mondi ormai scomparsi.

Nelle fasi della tavola rotonda De Seta è apparso un po’ schivo, a tratti immerso nei suoi pensieri; di certo assai discreto e riservato, nonostante fosse acclamato da tante persone e dagli  illustri ospiti. Quando, però,  è venuto il momento di colloquiare sui temi della sua arte, si è trasformato. Non ho notato differenza tra quello che esprimeva in quel momento e sue interviste filmate di anni fa, quando era nel pieno del vigore e dell’attività. Parlava del suo cinema con la competenza di maestro e, soprattutto, con amore, come si può parlare di un figlio o della persona del proprio cuore. Come se quel cinema che raccontava lo avesse tutto lì, davanti a lui, su quel palco.

Per me è stata una grande lezione, di arte e di umanità. Credo davvero che dovremmo fare tesoro dell’eredità, attualissima, che, con la sua opera, ci ha lasciato e che trova la sua sintesi nell’attenzione all’uomo e nella forza delle immagini.