(Da Il Quotidiano della Calabria del 5 agosto 2012)

 

Un giovane gruppo di musica popolare calabrese

impegnato nella ricerca e nella riproposta della migliore tradizione musicale del Sud

 

LA SUDDANIMA DEGLI HANTURA

 

Nel videoclip “A gorna”, il racconto della Calabria

di Assunta Scorpiniti

 

La Calabria, il Sud e la storia infinita del cammino dell’uomo. Questo, raccontano, nel loro primo videoclip ufficiale “A gorna”, gli Hantura, il gruppo di musica popolare calabrese da anni impegnato nella ricerca e nella riproposta della migliore tradizione musicale del meridione d’Italia, arricchita dal proprio repertorio.

Dopo quello omonimo del 2004 e “Suddanima” del 2007, “Taranterra” (2011), è il disco da cui è tratto il brano prodotto in videoclip; una narrazione in suoni, parole e atmosfere in sorprendente corrispondenza, sviluppata attraverso due elementi: il tema del viaggio, archetipo universale della letteratura di tutti i tempi e la metafora della pozzanghera (“a gorna”) come specchio in cui uomo e storia si riflettono, con i loro travagli e la tenacia di riemergere.

L’esordio, costruito dal regista cosentino Marco Caputo (la scrittura è di Davide Imbrogno), è dato dal canto forte e sensuale di Gino Carvelli che accompagna il percorso parallelo dei due protagonisti attraverso magnifici paesaggi calabresi, evocati da un ritmo trascinante, modulato al suono limpido del flauto di un altro Carvelli, Mario, il leader del gruppo.

L’interpretazione di Giovanni Turco e Domenica Di Sanzo li mostra solitari, malinconici e sospesi, come “a gorna” dei “campi bagnati”, nell’attesa di un sole che possa rigenerarli affinché, finalmente, possa “ncignare la festa”. Il protagonista maschile è, infatti, un cantastorie che, dopo un lungo peregrinare, muove spaesato verso il luogo delle origini, recando qualcosa di Ulisse, Diogene e molto dei calabresi della diaspora o dei tanti “nuovi italiani” giunti nella nostra regione. La donna, seducente e maledetta nelle labbra scarlatte e nel manto nero, è magara che fugge tra i campi e dagli uomini cercando rifugio in anfratti rocciosi e un ristoro purificatore nella pioggia; nella sua corsa c’è il dolore dell’emarginazione e delle tante contraddizioni che ne oscurano il bellissimo volto.

A farsi metafora, nel loro incedere e in quello del racconto sono, dunque, loro stessi tra voci e suoni dal ritmo avvolgente che scandiscono l’apparire di personaggi e visioni e, più in generale, “a terra mia…”, la Calabria, nel tempo del racconto che va dall’alba rosata di Capocolonna a un tramonto di vento colto nel versante tirrenico, dall’alto delle sue coste rocciose.

È la Calabria come appare agli occhi e all’anima dei suoi figli, con scenari desolati e campi splendenti di colori, bellezza e frutti succosi. Quella ancestrale del suo universo magico e delle consuetudini secolari, restituite con fedeltà assoluta, perché reali, dagli stessi abitanti di Petilia Policastro, città degli Hantura, cui con amore il disco è dedicato. Quella dei suoi luoghi sconosciuti eppure pieni di poesia (il video è stato girato nelle contrade di Crotone e tra il fiume Neto, le grotte Basiliane di San Demetrio, Cetraro e San Benedetto Ullano).

La Calabria di un ricordo di bambino che osserva il mondo con innocenza e stupore e, all’opposto, quella del presente, ammaliata da immagini illusorie che le impediscono di crescere o, peggio ancora, invasa da forme d’illegalità che la pongono ai margini della storia.

La Calabria delle tradizioni, prime fra tutte quelle musicali, ben rappresentate dagli Hantura che offrono la loro presenza scenica a sequenze suggestive, in cui compaiono nella formazione completa; oltre a Gino Carvelli (chitarra battente e mandole), il fratello Mario (fiati, voce, cori), ci sono Francesco Comberiati (chitarre, mandola), Franco Grano (batteria, cori), Gianluca Grisi (basso), Francesco Sisca (tamburelli, percussioni), Domenico Ziparo (Fisarmonica) e Raffaella Caruso, splendida vocalist.

La Calabria, infine, dei sogni accarezzati, in cima ai quali sta quello del progresso e della felicità. Qui, infatti, risiede la ragione del viaggio, del suo popolo in fuga da mali e contrasti irrisolti. L’abbraccio dell’epilogo, tra l’uomo e la magara, non è che un suggello di salvezza dal mare tempestoso del malessere umano e storico; l’incontro è, infatti, di riconciliazione con le radici ritenute prima ingenerose, ma poi finalmente riconosciute come riferimento dell’esistenza e della storia dei luoghi (“guardu nderra e viri n’atra gorna, eru passatu chi va e chi ritorna…”).

Ci sono tanti modi per raccontare la propria terra. Con la potenza della musica, suggestive visioni e la passione civile, gli Hantura riescono a descriverne l’anima e il senso profondo. Meglio, certamente meglio, della pubblicità di tanti spot.

 

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L’intervista

Il patrimonio etno-musicale, per affermare una Calabria diversa

IL RICORDO ANTICO DEL RISUONAR DI VOCI NELLE “RUGHE”

 

Mario Carvelli descrive il percorso degli Hantura, tra sogni, ricerca e impegno

                                                                                                                                              

Un papà suonatore, esecutore di quelle forme musicali, le serenate, profondamente radicate nel sentimento popolare; il ricordo di un risuonare di voci nelle “rughe” di un antico borgo arroccato su una rupe, che oggi vive lo spopolamento e l’abbandono; l’idea di dare espressione e dignità artistica alla musica etnica di Calabria; il bisogno di raccontare un luogo e un popolo scardinando pregiudizi; un desiderio di rinnovamento nel segno dell’incontro con altri popoli.

Questa, in sintesi, la storia degli Hantura, uno dei più noti gruppi calabresi di musica popolare che, nel proprio percorso artistico, lega la città d’origine, Petilia Policastro in provincia di Crotone, alla Calabria e al grande Sud.

Mario Carvelli, che con il fratello Gino e Franco Grano, è il fondatore del gruppo, ne fa un racconto appassionato, in cui sentimenti d’appartenenza e ribellione si fondono con un grande amore per il nostro patrimonio etno-musicale.

Parliamo del videoclip. Per quanto evocativo e pieno di aspetti immaginari, si potrebbe benissimo utilizzare come spot della Calabria. Quali ragioni vi hanno spinto a realizzarlo?

Siamo partiti dall’idea che per affermare e promuovere la tradizione musicale calabrese non basti la professionalità, ma occorre la qualità delle proposte; la nostra cultura popolare ha un grande potenziale musicale che deve essere riconosciuto e valorizzato senza le solite colonizzazioni o presenza di gruppi che durano una sola stagione. Poi c’è un fatto: a noi la Calabria ha regalato suoni e ispirazioni, che abbiamo voluto rendere anche visivamente. L’incontro il regista Marco Caputo e lo scrittore Davide Imbrogno ha consentito di esprimere al meglio il senso e lo spirito della canzone “A gorna” e la realizzazione di un progetto condiviso, almeno a giudicare dal successo che il video sta ottenendo.

Il legame con la vostra terra è profondo e si riflette nella vostra musica che ha qualcosa di ancestrale perché ne fa cogliere l’essenza, ma è anche viva e palpitante per via delle contaminazioni e di una ricerca continua.

È vero, basti pensare che il nostro lavoro di recupero si fonda sull’uso esclusivo del dialetto. Non possiamo pensare alla rivalutazione della tradizione se non si rivalutano i dialetti. Per quanto riguarda la ricerca musicale, c’è, intanto, da dire che sulla scelta del genere ha contato l’influenza, specie su mio fratello Gino, di artisti come Eugenio Bennato e Musicanova, ma anche di Fabrizio De André, che riteniamo il nostro nume tutelare perché, oltre a ispirarci i tempi musicali fin dagli esordi nella musica leggera, più di dieci anni fa, ci ha proiettato verso un tipo di musica che possa riflettere la vita vissuta. Se sommiamo questo agli accenti jazz, alle nostre composizioni originali e all’apertura alla musica dell’intero Meridione d’Italia, possiamo certamente parlare di contaminazione, vitalità, che attribuiamo, più che agli strumenti, ai suoni e alle emozioni suscitate ogni volta. Emozioni nostre, che ci portano “dentro” i suoni della nostra musica e dei tanti che ci seguono nei concerti e amano entrare “dentro” i testi e i ritmi delle canzoni.

Bennato ha dato impulso alla diffusione della musica popolare; ha quindi ha avuto parte anche nella storia degli Hantura…

Una parte concreta, già dalla scelta del nome, che è nato proprio mente assistevamo un suo spettacolo, all’Alpheus di Roma; scherzavamo sulla parola “ntura”, che in dialetto vuol dire “da poco” (“cos’hai fatto ‘ntura?”) e ci è piaciuta la ricchezza espressiva di questa parola. Bennato poi lo abbiamo incontrato in Calabria, nel 2003, durante un Ferragosto in Sila in cui dovevamo esibirci anche noi. Ci ha sentiti e ci ha proposto di partecipare a una sua tournèe di dieci spettacoli; ha scelto anche la nostra vocalist di allora, Pina Apa, come corista in un tour mondiale. Da queste esperienze abbiamo cominciato a definirci come gruppo di riscoperta della tradizione musicale delle regioni del Sud Italia e, soprattutto, calabrese.

Ci sono documenti che mostrano concerti seguitissimi, che avete tenuto in Calabria, in Italia e all’estero, in importanti rassegne; il vostro repertorio, originale e di riproposta, è apprezzato dal pubblico e nasce da una “ricerca sul campo”, dal legame con il vostro luogo d’origine.

Ci sentiamo molto amati. La cosa sorprendente sono i bambini e i ragazzi di tutto il circondario di Crotone che sanno a memoria i nostri testi; i ragazzi amano la nostra musica e lo notiamo anche durante gli stage che io e mio fratello teniamo nelle scuole, sognando, magari, di creare nel marchesato di Crotone una grande orchestra popolare. Ci muove, soprattutto, l’idea di porgere alle nuove generazioni un patrimonio culturale che possa suscitare l’amore per il luogo e affermare valori come quello della memoria, della civiltà e del lavoro. Petilia Policastro è il nostro luogo mitico, da cui nasce tutto. Da piccolo correvo scalzo, con i coetanei, nei vicoli del centro storico, rincorso dai richiami di mia madre nell’intercalare petilino che ritorna sempre, quando scrivo le canzoni; poi ci sono le storie, come quella di “Cioparella”, “Donna Richetta” e altre cantate da mio padre Bruno, che col suo amico Stefano Bernardo è stato l’ultimo esecutore di serenate in paese. Da lui abbiamo appreso i primi accordi e l’amore per la musica. La ricerca è costante, tra la popolazione anziana. Ho da poco ascoltato un rosario in dialetto che sarà materia di un prossimo lavoro…

Petilia, però, è anche un luogo dove la criminalità esiste ed agisce con prepotenza, lasciando, come purtroppo spesso accade in Calabria, una lunga scia di sangue. Come vivete questa realtà e come la percepite nell’ambito delle vostre scelte, non solo artistiche ma anche di presenza nella vita civile?

La viviamo con rabbia. Esiste questo dualismo, questa zona nera. Petilia è conosciuta come il luogo degli omicidi di ndrangheta, il paese dov’è nata Lea Garofalo, ma è anche tante cose che non appaiono nelle cronache: una città con tanta gente seria, laboriosa, che rifiuta le logiche criminali con dignità; la città che ha dato centinaia di minatori alle gallerie delle grandi opere stradali italiane e che ha in Pietro Mirabelli l’emblema delle lotte sindacali; la città con scuole che realizzano progetti educativi riconosciuti in campo nazionale, con una sua storia, una cultura, dei paesaggi straordinari. Con la nostra musica vogliamo descrivere una Calabria diversa da quella purtroppo nota, in un’ottica di rinnovamento e di crescita, affidando alle nuove generazioni il messaggio di un Sud mai prono ai potenti di turno o soggiogato dalle devianza, capace di contaminarsi con altre culture affermando valori di civiltà e convivenza, e cioè la sua anima vera che si basa sull’accoglienza e sul lavoro umano.

Nei vostri dischi, soprattutto in “Suddanima”, che racconta il Mediterraneo, questo messaggio risuona forte.

Continuerà a risuonare; raccontiamo la tragicità degli sbarchi, l’orrore del filo spinato nei centri di accoglienza, ma anche le possibilità d’incontro offerta proprio dal Mediterraneo che ci piace pensare e, soprattutto cantare, non solo come mare di scambi ma soprattutto come mare di libertà e di pace.