Da "Il Crotonese" del 28 gennaio 2011 N. 11

Racconto

 

ALL’UNNA DEL MARE

Storia di una donna che parlava alla luna,

 e di un naufragio, al largo di Torretta di Crucoli

 

di Assunta Scorpiniti

 

 

 

“Ma l’hai vista la luna?”, chiese Caterina, dopo aver aspettato in silenzio che il marito terminasse di  caricare i mestieri sulla Santa Maria, ormeggiata nello scaro. “Non ho preso sonno, per guardare dalla finestra”, fu la risposta. Con l’aria scarata e qualche nuvoletta, si era levato alle cinque, per eschiare il conzo con la lanterna: “Per quattro sarde, siamo usciti, ieri… almeno ci servono”.

La tempesta continuava ad agitare il mare di Cariati, in quel novembre buio; non si prendeva niente. Una breve pescata il giorno prima, ma da parecchio le barche, col ponente forte, erano a terra. L’uomo era persino andato a cercare un imbarco a Cirò. C’era il ribatto, con lo scirocco che fermava la forza del vento; i marinari lo avevano aiutato, aveva guadagnato una cassetta di alici. Così è il mare. Una volta a me e una volta a te. “A chi è mal provveduto, lo provvede Gesù Cristo”, aveva detto, nel tornare, invitando la moglie e friggere quei pesci.

La notte, ora, era trascorsa, lunga per entrambi. Ci mancava pure il lamento di una pìgula: “Accompagna il viaggio della mammaranna dei Raìs, che è arrivata alla fine, poverella - pensò la moglie del pescatore. Sospirò: “Volesse Dio che non porti altra malanòva”. Insistette: “Ho sentito zu Lorenzo la Mbrocchia… la barca dei Tranquillo non esce, oggi, i Merichi e i Feroti vanno a rizziddde, così, se l’aria va fuori, si raccolgono in una volta”.

Nicola capiva la preoccupazione della moglie. Il ponente si era fatto lieve. Pensava, per questo, di prendere bei merluzzi verso Cassia. Sarebbe tornato prima di mezzogiorno, il tempo di due o tre calate: “Stai squitata, e noi, Totò, stiamoci attenti”, la rassicurò, chiamando il  figlio, che già era della chiurma, con i suoi fratelli Antonio e Cataldo, Gabriele e Dominicheddo di Sibbiuno, Vincenzo di Malutempo e il figlio di Cordì.

Nel varare, spingendo la barca sulle falanghe di legno, per farla scivolare in acqua, parlò al mare: “Ohi benedetto, fammi abbuscare la grazia di Dio… con sei figli da sfamare, Nicola dei Midji non ci sta a terra!”.

***

Li prese greco e tramontana nella mattinata, mentre erano ad acqua di conzo, intenti a tirare il lungo filo di canapa che tagliava le mani, tanto era faticato. Nicola, marinaro diritto, non perse tempo: “Andiamo, prendiamo la via di casa”, intimò, ma il mare, sempre più grosso, pareva smentirlo; il vento era fortissimo e non consentiva di virare nella direzione di Cariati. Lui non ebbe dubbi: “Caliamo la vela e buttiamo la nave di poppa, troviamo riparo verso Cirò… lasciamo tutto, se possiamo tornare a terra!”.

La moglie, le figlie e altre donne degli uomini fuori, erano già con i fazzolettoni in testa e i piedi nell’acqua, incuranti del freddo e degli spruzzi che diventavano taglienti, quando le colpivano in volto. Qualcuna aveva anche il piccolo in braccio. Uno dei Panazzi fu mandato a vedere quando il mare, intorbidito dall’acqua piovana, sembrò schiarirsi in qualche punto, facendosi quasi piatto: “C’è la scarùta, ora si calma”, si sentiva rimbalzare, come un’eco, invano, perché il pescatore era rientrato subito: “Non si vede nessuno, non è cosa uscire con la barca!”.

La burrasca improvvisa destava sempre un grande allarme nelle case basse del rione marinaro. La donne si chiamavano, quando si voltava vento di mezzogiorno, per correre all’unna del mare, con le mani nei capelli. Sapevano i pericoli che, sulle barche a remi, correvano il loro uomini col tempo arrabbiato. Faceva parte della vita, come l’attesa quotidiana che, all’ora del rientro dalla pesca, le portava a scrutare l’orizzonte, insieme ai figli e ai vecchi. Dopo lo sbarco e il rito dell’asta del pesce, celebrato con i compratori forestieri, tornavano a casa insieme.

Quel giorno, però, sui volti c’era paura. Il rumore della tempesta si mescolava a voci di nenia, che invocavano le anime dei morti e il protettore del paese: “Santu Catavuru mio, falli ritornare, che la mezza parte è della tua, da ora a maggio …”.

Intanto Nicola si era messo ai remi, sapendo di dover governare l’imbarcazione sbattuta dal vento, guardandosi da quel mare sempre più cattivo… l’acqua invadeva lo scafo: “Non mollate! Appizzicatevi alla fiancata, la manteniamo col peso…!”, urlò alla chiurma con tutto il fiato. Rapidi, lo attraversavano i pensieri. Il  tempo riempie e rivaca, con i tuoni che succhiano l’acqua. Nella tempesta, pure che la barca è grande, diventa piccola, una naticchiola… figuriamoci questa. Il mare è la cosa più possente che può esistere. E’ traditore. Lui non parla. Sta zitto. Ci prendi i pesci… ma diventa mostruoso se non lo conosci. Non ti aiuta. Ci doveva contrattare, col mare, Nicola, in quella malagiornata…

Si rivolse alla chiurma: “Non vi preoccupate, che prendiamo terra”. E intanto correggeva la barca e schivava l’onda, per non farla capovolgere. Era difficile, con quel rivugghio delle correnti…Totonnuzzo, sotto la prua, era più riparato. Gabriele, aggrappato alla murata di dritta, battendo i denti, era bianco come la schiuma di quei cavalli di mare: “Questo non sa nuotare, se la barca abbucca s’annega…”, valutò, lasciando i remi a Cataldo. In un attimo aveva afferrato il ragazzo avvolgendolo nella corda con i galleggianti,  poi tra braccia paterne, per fargli sentire affetto: “Non spagnarti, che ce la facciamo!”.

***

Sulla riva sferzata da marosi come giganti, un grido: “San Cataldo! Stanno venendo, buono vuol essere!”. Le barche guadagnarono la riva in una lotta impari, per la furia delle ondate. In un protendersi di braccia, erano stati lanciati gli sciarti alle donne, che, dopo averli afferrati, li avevano tirati con sforzo immane. Alle robuste corde era legata la volontà degli uomini di resistere, oltre ogni disperazione. Il pensiero del rientro a casa sollevò tutti; la mala fortuna era sconfitta, con le sfide del mare… Nessuno, però, si mosse dalla spiaggia: mancava la barca di Nicola. I marinari, intorno a Caterina, ammutolita e con gli occhi fissi su quel mare impazzito, dissero senza menzogna: “Non l’abbiamo vista la Santa Maria, eravamo ad acqua terrana…”.

“La barca se l’è presa il maltempo, l’ha portata lontano… ”, pensò la donna, ricordando il presagio avuto dal giro della luna, scomparsa, ora, tra le ombre minacciose delle  nuvole  spinte da raffiche gelide che continuavano a rincorrersi, schiantarsi l’una sull’altra, come i suoi pensieri sul cuore; la corrente aveva trascinato Nicola… E Totonnuzzo, figlio mio! Quanta paura stai provando, sento che mi stai chiamando… Tornò all’unna del mare, a guardare  i flutti che, col vento da Nord-Est andavano verso Torretta di Crucoli. La speranza si riaccese e, in un attimo, si materializzò nella sua corsa alla stazione ferroviaria. Scalza, scarmigliata e fradicia, senza fazzolettone, prese al volo il Sibari-Crotone, che transitava da Cariati.

Nei pochi chilometri di strada ferrata, anche la mente viaggiò, restituendole vita a sprazzi. Ritornò,  come in un sogno, al lungo viaggio in nave che, in tempo di guerra, Dio ne liberi, l’aveva riportata in Italia, dall’Argentina, con i suoi. Erano partiti zìti, con le rispettive famiglie, onorando, poi, a Buenos Aires la promessa del matrimonio, da cui era nata lei, nel 1911, la sorella Ndonetta e l’ultimo, Minghitto… lo avevano chiamato Domingo, come si diceva lì.

Erano rimpatriati, allo scoppio della Grande guerra, quando il padre, come tanti emigrati, si era arruolato nell’esercito italiano. Ce n’era fame a Cariati, a quel tempo… I tre ragazzi, accuditi da una zia, vedevano solo di sera la madre, che andava lavorando nei campi per un soldo, due soldi alla giornata. Le cose cambiarono al ritorno del soldato, poi massaro del barone Toscano, nelle terre dell’Arso; Caterina fu cresciuta nelle rose e nei fiori… Lei stessa sbocciò, mora e slanciata.

***

Si erano da poco trasferiti in paese, dopo la morte del barone; suo padre aveva preso una casa e una piccola proprietà che coltivava direttamente. L’aveva vista, Nicola, al forno, che comprava il pane. Notando l’interesse del giovanotto, Caterina era scappata, ma aveva ricambiato lo sguardo.

Riprovò il terrore di essere tradita dalla sua emozione, quando il geloso genitore raccontò a tavola di quel marinaro con la faccia come un muro, che per chiederla in moglie ci aveva messo in mezzo un suo compare. Lei aveva sofferto del rifiuto sprezzante, consegnato all’ambasciatore e ribadito, in sua presenza, perché non ci facesse il pensiero: “In questa casa piedipiatti non ce ne devono venire!”. Al padre voleva bene, ma quella volta lo aveva odiato, anche per l’orribile nomignolo attribuito al giovane pescatore; i contadini li chiamavano in tal modo solo perché camminavano scalzi.

Senza scoraggiarsi, Nicola era, tuttavia, riuscito a convincerlo, facendo sapere che era padrone di barca e, tramite lo stesso compare, presentandosi da giovane educato e  con la testa sulle spalle. Si prese Caterina e lei, che fu moglie assennata, come doveva essere la donna del marinaro, prese una nuova vita, con le sue usanze, le responsabilità in assenza del marito; con i travagli e una sorte spesso maligna quanto poteva esserlo il mare, entrato nei suoi spazi domestici e nei pensieri di ogni giorno, oltre che nella storia della famiglia costruita con amore, insieme a Nicola dei Midij. 

Andava a pesca e la sera tornava morto dalla fatica, ma non poteva permettere che i suoi figli non andassero a scuola o, per la fame, soffrissero. Non l’avevano mai provata, con tutta la povertà del mare, in quei tempi tristi. D’inverno, quando era impossibile uscire con le barche, l’uomo si accontentava della giornata nei campi e se ne tornava con la sarcina di legna. Ci andava pure la moglie, a fare la carbonella per il braciere e per averne un poco da vendere. Poi, quando dalla Sila, con la teleferica, scendevano le traverse di legno, Nicola, con la barca, le portava al bastimento. Sapeva tante arti, anche da altri paesi lo chiamavano a costruire le nasse di giunco…  

Caterina era orgogliosa del marito e unita a lui; si consigliavano per ogni cosa. I marinari non potevano permettersi le cose inutili, con i figli da crescere e le cambiali dei mestieri da pagare. La sera andava ad aspettarlo all’unna del mare, con le altre mogli… si sentiva una di loro, anche se veniva dalla terra. Al borgo maldicenze e litigi ce n’erano a dire basta, ma nella malapatenza o nella paura della tempesta, nessuna restava sola. C’era sempre un pane da dividere. C’era il pianto, al levarsi della tramontana, finché il vento cessava. Quando aveva partorito, le donne le avevano guardato i figli ed erano andate a Moranidi, a lavare i suoi panni al torrente.  

La mente andò a Totonno, bene della mamma… La sua prima pescata, nella passata primavera, era stata fortunatissima. Caterina, dallo scaro, aveva visto la barca rientrare remando all’unna all’unna. “Portano legna?”, si era chiesto Zio Peppe dei Midij, il loro parente che faceva il ricattiere. Avevano preso un pesce vacca di due quintali e un altro di sette! Una benedizione quel figlio a bordo, come tutti i figli per il lavoro del mare… ma ora non glielo doveva levare, e nemmeno il suo Nicola.

***

All’arrivo nella stazione, ci fu solo il pensiero di correre il più possibile, fino all’arenile, poco distante. Vi trovò la barca stracquata, dopo essersi capovolta allo scarente di Torretta, il punto di secca, noto ai marinari, dove il mare era poco profondo e le imbarcazioni rischiavano sempre d’incagliarsi; un aiuto del destino perché, nonostante il mare grosso, la riva era poco distante. Si erano salvati tutti.  Nell’avvicinarsi agli uomini, distesi sulla sabbia umida, Caterina fece in tempo ad assistere al gesto di Vincenzo di Malutempo che, dopo aver sollevato e arrotolato gli orli dei pantaloni già fradici, come in un rito, era tornato in acqua, a lavarsi le gambe dicendo al mare: “Mi hai visto adesso, non mi vedi più. Me ne vado in America!”.

Non ebbe neanche il tempo di riflettere, perché Totonno si era rialzato ed era corso a scaldarsi al suo seno, raccontando, in un urlo: “Papà si è buttato a mare per prendere Dominichedddo che ha perso l’equilibrio... l’ha portato sulle spalle fino alla riva!”. Sfinito e senza voce, Nicola era a terra.

Rimase muto per tre mesi. Con la febbre altissima, gli era preso pure il delirio. Caterina non si era mossa giorno e notte. La sera, nel chiudere le imposte, sollevava lo sguardo verso la luna amica, che dava i segnali del tempo buono o cattivo, dei movimenti dei pesci e regolava il grembo delle femmine. Le parole le uscivano come un rosario: “Me l’avevi detta la ventùra… ma col mare ci mangia il marinaro e la sua famiglia, io non lo posso  maledire”.