Mastralessio, gita di Pasqua.

Al confine tra Puglia e Campania

di Franco Arminio

 

MASTRALESSIO - C'è una terra che sta tra la Puglia e la Campania senza appartenere a nessuna di queste due regioni, una zolla di terra sospesa in un curioso limbo antropologico, dove l'antico è dissolto e il nuovo non ha attecchito, se non nelle sue manifestazioni più posticce. A Scampitella seguo la via per vedere un cippo romano e mi ritrovo davanti a un "belvedere" realizzato da poco. Guardo una serie di arcate in legno e un pavimento con un assortimento di pietre su cui chiaramente non ci cammina nessuno. Mi viene lo sconforto a vedere questo belletto di rivestimento, voglio vedere la pena, lo squarcio, non mi interessano i luoghi che nascondono la loro lacerazione. Anche per questo oggi ho preso questa strada, per seguire la linea della pena che da Scampitella raggiunge Anzano e poi Monteleone. Arrivo ad Anzano ma non mi fermo, mi basta attraversarla in macchina, respirare la sua aria di paese da bandiera bianca. Vado a Monteleone, il paese più alto della Puglia. Scendo dalla macchina, vado a comprare un po' di pane, attraverso qualche vicolo, giusto il tempo di sentire che qui scorre un tempo che non è propriamente quello dei nostri giorni. Non so dire cosa sia, a prima vista sembrerebbe l'atmosfera dei luoghi rimasti indietro, i luoghi che non si sono lanciati nella rincorsa verso il nulla che istiga le giornate nei posti più affollati. Uscendo dal paese mi guardo intorno e vedo per la prima volta con fastidio i lavori per l'installazione delle pale eoliche. All'inizio mi incuriosivano questi grandi totem che venivano a modificare il paesaggio. Quasi non vedevo l'ora che ne spuntassero altri. Adesso mi pare che stiano esagerando. Si avverte che sono all'opera colonizzatori senza scrupoli che attraversano le nostre strade interpoderali con grandi Suv, pronti a sfruttare a fini privati una risorsa pubblica come il vento. Penso che non ho mai letto un'inchiesta seria sull'argomento. Forse dipende dal fatto che le pale sono installate in luoghi come questi, luoghi in cui si può raccontare un terremoto quando accade, ma non le ferite, gli oltraggi quotidiani. E questa è una straordinaria offesa. Non tanto al paesaggio, come dicono certi ambientalisti, quanto agli abitanti. Se queste pale fossero state installate da società miste tra i comuni e i privati ci sarebbero stati ben altri vantaggi per la popolazione. Invece tutto si limita a erogazioni che non vanno oltre il cinque per cento dei ricavi, a parte, s'intende, qualche regalia ai sindaci più compiacenti. La camorra eolica non desta clamori, non è fatta di carne e sangue, ma di aria e vento. La vera meta del mio viaggio è Mastralessio, frazione di Anzano. Tutti dovrebbero venire a vedere posti come questo, dove la desolazione non è mascherata ma ti arriva dritta allo stomaco. Ogni volta che vengo qui mi incanto a guardare la fontanella, al centro della piazza in porfido, appena più grande di un ombelico. Il tempo sta annunciando pioggia, nella luce grigia compare una signora anziana vestita di verde acido e arancione, quasi un catarifrangente ai bordi della strada, una testimone dell'imponderabile, dell'inverosimile che qui invece è il quotidiano. Per me il simbolo di questo posto è quella fontana al centro della piazza. Prendo il taccuino e guardo cosa c'è nella piccola vasca di cemento: due confezioni di Estathè in plastica e una in lattina; una bottiglia di acqua minerale; un pezzo di pistola giocattolo rotta; un pacchetto di Diana blu; un gratta e vinci usato. Una frazione di campagna è quasi sempre triste quando non si vedono animali. Ci sono porte chiuse, cemento e alluminio anodizzato. Non le masserie, ma le case dei geometri. La campagna qui intorno non è particolarmente bella, insomma è un luogo che non ha mai detto niente a nessuno, è un luogo perfettamente paesologico. Per avvistare qualcuno devi entrare nel bar. Ma prima di entrare do uno sguardo alla vetrina. Decido che è il caso di ritirare fuori il taccuino. Primo ripiano partendo dall'alto: un avvisatore acustico da stadio, tre confezioni; penne paper mate, quattro confezioni; bianchetto; labello classic; temperalapis. Secondo ripiano: un CD Sanremo 2000; due confezioni di graffette; tre pacchi di penne Bic; matite Faber Castell con gomma; pila; penne Staedtler. Terzo ripiano: due pacchi di penne blu Bic; cinque confezioni di punti per spillatrice; matite FaberCastell due pacchi; una cintura di similpelle made in P.R.C.; sei lampadine Sylvania 60 W. Quarto ripiano: due confezioni di penne Walker; un righello; dieci flaconi di disinfettante Primagel; venti CD Verbatim/Sony. Quinto ripiano: dispenser per scotch; filtri; tre portafogli in vera pelle. Sesto ripiano: righelli Arda; sei block notes Team; quattro confezioni DVD Verbatim e Kodak. Settimo ripiano: un pacco di quaderni; fogli a righe sfusi; una confezione di scotch; un misura pressione; un telefono SAIET multifunzione. Chiudo il taccuino e cerco qualcuno con cui parlare. La signora Elisabetta mi dice che ha due figli, non mi sembra il caso di chiederle altro. Oggi mi sento un po' altrove. Forse mi manca il furore dell'ansia, il furore di sbattere la testa sull'attimo che c'è, il malcontento e la meraviglia delle prime uscite nei paesi. Adesso ho anche un filo di presunzione, presumo di capire cosa tiene insieme questo luogo e invece non so niente di chi ha messo in piedi queste case. Non riesco neppure a nutrirmi della luce radente del mattino. Faccio tanto spesso l'elogio del mondo esterno e poi mi trovo sempre in una sorta di limbo, lontano dagli abissi del panico e anche dai vortici dell'aria in cui girano le cose. Il signor Giuseppe ha perso la moglie il 21 febbraio. Solo quando mi saluta mi ricordo che con lui ci avevo già parlato in un mio precedente passaggio a Mastralessio. Ogni volta che passo di qui la prima cosa che incontro è la pasticceria Sacher. Quelli a cui chiedo mi dicono che è in funzione, ma io ho sempre visto la serranda abbassata. Entro nel bar. Saluto il barista e un signore che ha evidenti problemi a un piede, sta seduto alla stessa sedia dove l'avevo trovato l'ultima volta. I medici gli hanno detto che ci vorrà ancora tempo per camminare. Intanto si beve una birra. Quelli che bevono alle nove del mattino sono i grandi eroi dello sconforto. Immagino che non deve essere facile stare dentro la giornata fino a sera Entra il postino. Si chiama Salvatore, è beneventano, è stato a Milano e poi a Como, adesso è qui e si trova bene. Gli chiedo del suo lavoro. Oggi è indaffarato. Mi dice che a metà mese ci sono i vaglia esteri delle pensioni, circa cento, che arrivano dalla Svizzera. È contento perché qui non lo fanno aspettare fuori sotto la pioggia. Entrare nelle case è facile e può fermarsi a parlare con chiunque. Entra un tipo che mi sembra un contadino, in effetti è l'ex proprietario della monta pubblica dei cavalli. Ha gli occhi tristi, mi parla di una storia finita, come sono finite anche le mucche. Pure le pecore sono rimaste in poche. Il barista Michele invece ha lo sguardo vivace, anche se non fa che una quindicina di caffè al giorno e tiene aperto perché ha un contratto di nove anni col monopolio della Stato per la vendita delle sigarette, per coprire le spese e arrivare alla pensione. In effetti il guadagno più grande viene dai molti che tentano il gratta e vinci. Mi parla della sua lotta contro le pale eoliche, ma la notizia per me più interessante è che ad Anzano ci sono otto bar per circa mille abitanti. Prima di uscire leggo un cartello: "Si avverte la gentile clientela che per ogni stecca di sigarette intera c'è un'agenda Big Grande in omaggio", e una pubblicità di un posto che fa il kebab: "Solo da Gino il kebab sopraffino". Torno verso la fontanella senza'acqua. Faccio qualche fotografia, ma continuo a essere assente, oggi i miei nervi sono una ragnatela sfondata e non trattengono l'acquerello di questa lieve mattinata. Forse dovrei avere il coraggio di fermarmi qui per tutta la giornata, aspettare che arrivi il buio senza andare da nessuna parte. E invece vado via, lascio il barista e l'uomo zoppo, il signor Giuseppe e la signora Elisabetta, il postino e l'uomo che ha perso i tori. Fra un po' non mi resterà neppure il ricordo delle loro facce. Oggi mi sento un ruminante dei paesi, ho masticato distrattamente questo luogo. Quando torno a casa potrò solo sputare sulla pagina un po' di frasi che girano a vuoto. Mastralessio non è qui tra queste righe, abbiate cura di andare a trovarlo voi. È sul confine tra la Campania e la Puglia, dove finiscono le alture dell'Irpinia e cominciano quelle della Daunia. È tra Anzano e Scampitella. Se volete vi dico anche il casello: dovete uscire a Vallata, sulla Napoli-Bari. Fateci caso, prima del casello c'è una galleria. Quando uscirete dalla galleria vedrete che cambia la luce, siete entrati nella terra dell'osso.

(Pubblicato da "il manifesto" del 4 aprile 2010 p.15)